I social media: una finestra sulla guerra

Grazie a Instagram e TikTok, la nostra vita quotidiana sui social, fatta di selfie e contenuti virali, si è mescolata agli orrori della guerra. È questo il paradosso dell’era digitale.

Un esempio lampante di questa nuova tendenza è ciò che sta accadendo attualmente in Medio Oriente. Infatti, come mai prima d’ora, oggi i social media sono diventati una vera e propria finestra sul mondo e, dunque, anche sui conflitti globali. Tutto ha avuto inizio con le immagini dell’assalto di Hamas al Nova Music Festival, tenutosi nei pressi del Kibbutz di Reim, vicino al confine con la Striscia di Gaza. In quell’occasione, migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo si erano riuniti per ballare musica elettronica in occasione della festa ebraica del Sukkot.

Già dalle prime luci dell’alba del 7 ottobre 2023, però, alle immagini idilliache del rave si erano presto sostituite prima le immagini dell’assalto e delle violenze dei miliziani jihadisti, poi il giorno successivo le scene di città ridotte in macerie e di vite spezzate, a causa della controffensiva dell’esercito israeliano. Nella striscia di Gaza – un luogo per definizione chiuso e con pochissimi contatti con l’esterno – sono stati soprattutto i giovani reporter freelance palestinesi – che si sono formati grazie agli accordi di cooperazione internazionale che hanno finanziato numerosi progetti di formazione per giovani giornalisti a dare voce alle vittime di questo massacro.

I giovani sui social stanno cambiando la nostra percezione della guerra

È infatti grazie al lavoro di una manciata di ragazzi under 30, come lo sono Moataz al-Azayza e Bisan Owda, due dei tanti giovani reporter da Gaza, diventati veri e propri protagonisti di questo conflitto, che negli ultimi mesi le tragiche immagini di questo conflitto sono entrate direttamente nelle nostre case.

Se questo fenomeno aveva fatto la sua prima comparsa con i giovani ucraini che nelle prime settimane dell’attacco russo avevano iniziato ad utilizzare i social per raccontare con dei video-blog le loro giornate dai bunker in cui avevano trovato riparo, è proprio grazie a queste testimonianze dalla Striscia che abbiamo iniziato a sperimentare una realtà fatta di contrasti e a dare un volto agli orrori del conflitto.
Si sa, la guerra oggi non è più confinata al campo di battaglia fisico, ma si combatte anche nell’arena digitale. Se dal punto di vista bellico, i cyberwarfare e fake news sono diventati strumenti altrettanto strategici delle armi tradizionali, il digitale ha plasmato anche uno spazio inedito per il dialogo e l’attivismo, portando con sé una nuova forma di informazione: quella fatta e diffusa attraverso i social media.


È grazie a questi canali che giornalisti e attivisti hanno trovato un modo di “bypassare” i tradizionali canali mediatici, così da condividere informazioni e storie senza filtri e mediazioni. Ciò ha dato spazio a una maggiore diversità di voci e prospettive, dando voce alle vittime e alla
popolazione colpita dalla guerra.

Come funzionano i social e la loro efficacia a Gaza

I social offrono oggi uno “sguardo intimo” sui costi umani della guerra dal punto di vista delle persone che la vivono. È infatti attraverso questi canali che questi giovani stanno raccontando la loro quotidianità sotto le bombe e le difficoltà della vita nei campi profughi di Rafah.


Vedere la guerra direttamente attraverso questi canali cambia il modo in cui le persone la percepiscono. Non è retorica ma un effetto delle infinite possibilità offerte dai social: la tipologia di ripresa a mo’ di selfie, con la telecamera spesso puntata verso sé stessi, la frequenza con cui ci si imbatte con tali contenuti sui social e la connessione immediata che si crea tra questi creator in guerra e gli utenti sui social che scorrono le loro storie e guardano i loro reel – in privato e senza mediazioni – ne amplifica l’impatto.

Grazie ai social, le persone possono sperimentare in modalità diretta la realtà dei conflitti e delle tragedie umane. Lo fanno attraverso le storie, i video e le trasmissioni di contenuti in modalità live-streaming.
Questo accesso diretto e intimo alle storie delle persone coinvolte nella guerra genera empatia e consapevolezza nel pubblico (che è principalmente giovane), spingendo a una maggiore comprensione della complessità e delle conseguenze dei conflitti.

Semplici spettatori o persone consapevoli?

Il rischio di questo fenomeno è però il cosiddetto voyeurismo di guerra, un pubblico di spettatori che usufruisce di questo tipo di contenuti sen-
za però partecipare mai all’azione, che ne gode in modo solitario, rimanendone al di fuori. Ma la viralità di questi contenuti che in pochi giorni hanno registrato milioni di visualizzazioni, così come il numero crescente di utenti che hanno deciso di attivarsi in prima persona pubblicando loro stessi contenuti sui social per puntare i riflettori su Gaza o per condividere link a raccolte fondi in aiuto alla popolazione palestinese fanno però ipotizzare il contrario. La speranza è che
questa crescente attenzione globale, manifestata attraverso numerosi e partecipati eventi di protesta nelle principali città del mondo per chiedere un cessate il fuoco immediato nella Striscia, possa effettivamente favorire una maggiore comprensione della complessità e delle conseguenze dei conflitti, nonché promuovere prospettive future di pace. Soprattutto in quest’epoca storica, caratterizzata da crescenti tensioni che minacciano gli equilibri dei rapporti internazionali.

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