Il potere delle immagini: l’AI nemico/amico

Cara Redazione, siamo cresciuti con il detto “vedere per credere”; purtroppo oggi questa sicurezza
sembra essere minata, ed io vorrei portare la mia personale esperienza di denuncia nei confronti dell’utilizzo improprio di immagini artificiali a scopo propagandistico.

In un mondo che non intende rallentare la propria corsa verso il futuro, purtroppo è sempre più onnipresente la temibile ombra della disinformazione. Quest’ultima, capace di polarizzare masse, generare odio e plasmare gli scenari geopolitici globali, ad oggi trova terreno fertile grazie alla presenza dei social media, ecosistemi popolati dalla biodiversità più disparata, dove è possibile dar voce alle proprie verità; un mondo dove l’obiettività non è di casa e nel quale si annida tanta ignoranza.

Non è un segreto che diversi partiti e fazioni politiche utilizzino proprio i social-media come veicoli di intere campagne ed idee, spesso pondendo il tutto con false informazioni e un pizzico di intolleranza verso “l’altro”. In questo scenario fa il proprio ingresso l’intelligenza artificiale, potente strumento generativo di conoscenza e al contempo una grande incognita circa i suoi potenziali e molteplici utilizzi.

In un panorama come quello attuale, sempre più costellato da guerre e tensioni politiche, viene da chiedersi quale potrebbe essere il ruolo dell’AI nei delicati equilibri Internazionali, e quale ruolo avrebbero i social media nel divulgare video/in formazioni/immagini false.

Ormai nel mio lavoro di marketing e comunicazione l’utilizzo dell’intelligenza artificiale è inevitabile; ad oggi posso dunque ritenermi fortunata di annoverarmi tra coloro che hanno gli strumenti per discernere il reale dall’artificiale. Non tutti purtroppo hanno tale possibilità e, spesso, per pura ingenuità incappano in notizie false e contenuti manipolativi. Questi ultimi non hanno altro fine se non quello di generare odio, caos e spostare consensi, specialmente nelle situazioni
più estreme e delicate, come una guerra.

La foto che allego ha scatenato un confronto spiacevole con una persona dalla mentalità e dal coinvolgimento emotivo differenti dal mio verso la guerra in Medio Oriente. Avendo fatto notare a chi esaltava l’immagine come positiva, che il soldato presentava tre mani, sono stata insultata personalmente. In realtà, basterà osservare bene l’immagine e salteranno subito alla vista alcuni particolari anatomici che incarnano i limiti dell’AI (per ora).

Ad oggi dunque è necessario farsi curiosi e avere una coscienza critica anche nei confronti delle immagini, specialmente se si tende ad informarsi sul web ed i social media.

Inganno e manipolazione sono sempre dietro l’angolo

Dopo le foto “fake” del Papa con il piumino bianco e il finto arresto violento di Donald Trump, pensate se la prossima volta a girare dovesse essere il video di un capo di stato che offende o dichiara guerra ad un altro. Un ulteriore caso che ha alimentato il dibattito sull’intelligenza artificiale generativa è quello del fotografo tedesco Boris Eldagsen. La sua foto risulta tra le vincitrici di uno dei più importanti concorsi di fotografia al mondo: il Sony World Photography Award.


L’immagine però non è stata scattata da Eldagsen, ma bensì generata da una delle più avanzate tecnologie basate sull’AI, che crea immagini a partire da un comando scritto dell’uomo. Il fotografo ha ovviamente rifiutato il premio, spiegando di aver partecipato al concorso per provocare un di battito sul tema, e per capire se i grandi concorsi fotografici siano pronti per le immagini create con l’intelligenza artificiale.

Negli ultimi anni, dunque, le immagini sembrano esser state in parte private del compito di raccontare la verità; possiamo quindi affermare con certezza che il paradigma “vedere per credere” sia ormai obsoleto.

Affrontare i “problemi” dell’intelligenza artificiale richiederà un approccio multifattoriale, che coinvolga sia l’azione individuale che la regolamentazione a livello legislativo.

Previous Post

Polvere killer: l'amianto

Next Post

I social media: una finestra sulla guerra